Il primo dazio su un metodo

    Aggiornato al 1° agosto 2026

    Da mercoledì 22 luglio, importare merci brasiliane negli Stati Uniti costa il 25% in più. Da venerdì 24, un ulteriore 12,5%. Il primo dazio, fondato su un'indagine ai sensi della Sezione 301 durata un anno intero, colpisce oltre 11 miliardi di dollari di interscambio risparmiando circa 2.100 prodotti — tra cui carne bovina, caffè e succo d'arancia. Il secondo, frutto di una seconda indagine sul lavoro forzato, porta il carico cumulato al 37,5% sulla gran parte delle vendite brasiliane verso gli USA: tra i livelli più alti che Washington applichi a un partner qualsiasi. Ogni guerra commerciale produce dazi. Questa ha prodotto qualcosa di mai visto: il primo dazio della storia imposto non contro un prodotto, ma contro un metodo. Il rapporto dell'USTR ne indica il bersaglio per nome. Si chiama Pix.

    Il complimento più costoso mai pagato

    A leggere le conclusioni dell'indagine, l'elenco delle accuse è lungo — commercio digitale, accordi tariffari preferenziali, accesso al mercato dell'etanolo, proprietà intellettuale, applicazione delle norme anticorruzione, deforestazione illegale. Ma l'elemento che dà a questo dazio il suo carattere storico è la constatazione che le politiche pubbliche brasiliane favoriscono il Pix e pongono le società americane dei pagamenti elettronici in una posizione di "svantaggio sleale".

    Si consideri che cosa viene sanzionato. Il Pix non è un'azienda. Non ha azionisti, non ha una riga di ricavi, non emette fatture di esportazione. È un pezzo di infrastruttura finanziaria pubblica costruito dal Banco Central do Brasil in meno di due anni e acceso nel novembre 2020. Nel 2024 processava 64 miliardi di transazioni l'anno — più di Visa e Mastercard messe insieme nel Paese — e raggiungeva il 93% degli adulti brasiliani, con oltre 170 milioni di utenti registrati: più della popolazione economicamente attiva del Brasile. Ha portato dentro il sistema finanziario, gratuitamente, decine di milioni di cittadini che non avevano un conto.

    Niente di tutto questo attraversa un confine. Nessun container lo trasporta, nessun doganiere può trattenerlo al porto. Eppure oggi regge un dazio del 25% su beni fisici che con i pagamenti non c'entrano nulla. Non potendo tassare il metodo, Washington ha tassato tutto ciò che gli sta intorno. Non esiste complimento più costoso.

    Che cosa contesta davvero Washington

    Il percorso procedurale merita una pausa. L'USTR ha proposto il dazio il 1° giugno 2026, a indagine conclusa. Le audizioni pubbliche si sono tenute il 6 e 7 luglio; il governo Lula ha scelto di non mandare nessuno a parlare — presenti solo osservatori dell'ambasciata a Washington, una sedia vuota come dichiarazione di principio. La conferma è arrivata il 15 luglio; l'entrata in vigore, una settimana dopo.

    Dopo l'annuncio, un alto funzionario dell'amministrazione americana ha tenuto a chiarire che Washington non vuole la fine del Pix, ne riconosce l'importanza per i brasiliani e chiede soltanto che le aziende americane possano competere ad armi pari. Ma si guardino le obiezioni specifiche, e uno schema emerge. L'USTR contesta il doppio ruolo del Banco Central come regolatore e insieme gestore dello schema. Contesta il mandato che rende il Pix gratuito per le persone fisiche. Contesta i tetti alle commissioni per gli esercenti e l'obbligo per le banche di dare al sistema evidenza visiva nelle proprie app.

    Tolto il linguaggio giuridico, ogni obiezione punta alla stessa cosa: non la tecnologia, ma le decisioni di governance che hanno reso la tecnologia universale. La contestazione, in altre parole, riguarda il metodo in sé — una banca centrale disposta a fare da proprietaria dello schema, a imporre la partecipazione e a prezzare un binario di pagamento come infrastruttura pubblica anziché come casello. L'ironia si scrive da sola: mentre il dazio veniva messo a punto, i brasiliani movimentavano circa 8 miliardi di dollari al mese in stablecoin denominate in dollari — un canale al quale Washington non ha nulla da obiettare.

    Il muro di Brasilia

    Se il dazio doveva dividere il Brasile, ha ottenuto l'opposto. La risposta del presidente Lula è arrivata con un post sui social: "É público, é de graça e vai continuar assim" — è pubblico, è gratuito e resterà così — sotto il titolo che la sovranità non si negozia. Ancora più eloquente la reazione dall'altra parte dell'emiciclo. Flávio Bolsonaro, tutto fuorché un alleato del governo, si è rifiutato di mettere il Pix sul tavolo, proponendo semmai un compromesso: l'impegno del Brasile a non collegare mai il Pix a un'infrastruttura internazionale di pagamenti rivale di quella americana.

    Quella concessione proposta è la frase più rivelatrice dell'intera vicenda. Ammette che il sistema domestico è intoccabile — e identifica la vera posta in gioco: l'interoperabilità. Non se i brasiliani si paghino tra loro con un codice fiscale e un QR code, ma se il metodo si colleghi verso l'esterno, ai sistemi degli altri Paesi, formando corridoi che aggirano i binari americani.

    Quell'infrastruttura rivale, peraltro, ha già un nome e un indirizzo. Si chiama Progetto Nexus, è nato nel BIS Innovation Hub di Basilea ed è disegnato per interconnettere i sistemi di pagamento istantaneo nazionali — il Pix, l'UPI indiano, il PromptPay tailandese — fino a una sessantina di Paesi, aggirando sia i circuiti delle carte sia Swift. Il BIS stima una fase di test a partire dal 2027; il Banco Central do Brasil vi partecipa, per ora, da osservatore con intenzione dichiarata. Il che chiarisce che cosa prezzi davvero il 25%: non ciò che il Pix è, ma ciò che sta per diventare.

    La risposta formale dell'Itamaraty, depositata il 1° luglio, ha aggiunto l'argomento cui Washington fatica di più a rispondere: gli Stati Uniti hanno un surplus commerciale con il Brasile. Un procedimento ex Sezione 301, concepito per rimediare a pratiche che gravano sul commercio americano, viene usato contro un Paese che dall'America compra più di quanto le venda. Perfino Paul Krugman, che non è un difensore d'ufficio di Brasilia, ha liquidato la cornice della "pratica sleale" con una domanda che resta sospesa: da quando è sleale che un Paese offra ai propri cittadini un modo migliore di pagare — o che un'azienda perda quote di mercato a vantaggio di un concorrente con un prodotto migliore e più economico?

    La risposta in due tempi

    La postura di Brasilia è cambiata nell'arco di quarantotto ore. Mercoledì era de-escalation deliberata: il vicepresidente Alckmin, dopo aver incontrato i settori colpiti — macchinari (3,3 miliardi di dollari esposti), legno (colpito l'81% dell'export verso gli USA), gomma, alimentare, tessile — escludeva esplicitamente la ritorsione: l'idea non è la reciprocità, diceva; gli strumenti esistono e potranno essere usati al momento opportuno. Gli stessi settori chiedevano più credito dentro il programma Brasil Soberano, barriere contro la deviazione delle importazioni cinesi e la prosecuzione della diplomazia — non contro-dazi.

    Giovedì sera, all'annuncio della seconda tariffa, il registro si è rovesciato. La nota del Planalto ha definito le misure "completamente arbitrarie e ingiustificate", annunciando l'avvio immediato dei trâmites della Lei de Reciprocidade — approvata all'unanimità dal Congresso — e il ricorso all'OMC. Ma la lettura di chi conosce i dossier resta prudente: dietro le quinte l'attivazione è considerata una segnalazione politica, l'iter prevede analisi settoriali e consultazioni pubbliche, e una decisione effettiva difficilmente arriverà prima delle elezioni di ottobre. Anche perché la via OMC è più simbolica che operativa: l'organo d'appello dell'organizzazione è stato smontato proprio dall'ostruzione americana.

    Dietro la moderazione resta l'aritmetica: la quota americana sull'export brasiliano è scesa al 9,4% nel 2026, dal picco recente del 13,7%. Dolorosa, non esistenziale. E c'è una voce contrarian che merita registrazione: per Monica de Bolle (Peterson Institute) il Brasile dovrebbe rispondere subito con un'imposta temporanea sulle esportazioni — strumento del 1977, compatibile con le regole OMC — sui beni in cui detiene potere di mercato, compensando gli esportatori attraverso il Brasil Soberano. La sua lettura della lista di esenzioni è la più affilata in circolazione: ciò che Washington esenta — il caffè, di cui il Brasile copre circa un terzo del mercato americano, il succo d'arancia, la carne, il ferro-gusa, il nióbio, perfino i componenti aeronautici — è l'inventario delle proprie vulnerabilità. In un solo documento, due mappe: ciò che tassa misura la competitività brasiliana; ciò che risparmia misura la dipendenza americana.

    La seconda tariffa e la terza architettura

    La tariffa attesa per venerdì 24 è arrivata puntuale: 12,5%, esito di una seconda indagine sul lavoro forzato, in sostituzione delle sovrattasse del 10% ex Sezione 122 in scadenza a fine mese. Il Brasile figura in una lista di 60 partner commerciali tassati tra il 10% e il 12,5% — con dentro l'Unione Europea, il Giappone, la Corea del Sud, il Regno Unito e la Svizzera: il dossier ha smesso di essere una storia brasiliana. Per il Brasile, cinque i prodotti accusati per il periodo 2021-2025: alluminio, cotone, elettronica, batterie al litio e tabacco.

    Ma il dettaglio che rivela l'architettura sta nelle esenzioni. Oltre alle 2.113 voci esentate per il Brasile e altri 46 Paesi, tredici economie hanno ricevuto liste di esenzione aggiuntive — l'Argentina 93 prodotti in più, la Malesia 105, il Regno Unito 49, l'Unione Europea 43 — perché vietano le importazioni da lavoro forzato al modo americano, si sono impegnate a farlo in accordi reciproci o hanno regimi parziali di prevenzione. Il Brasile è rimasto nel gruppo pieno, e i numeri del differenziale li ha messi in fila Sergio Vale (MB Associados): il 3,4% della pauta tariffata — 470 milioni di dollari, con la madeira processada per l'edilizia americana, le pietre preziose e le protesi mediche in prima fila — subirà la concorrenza di Paesi trattati meglio. Il vero svantaggio, però, non dipende da nessuna lista: sono i 27,5 punti percentuali strutturali che derivano dall'essere l'unico Paese al mondo con una tariffa propria del 25% sommata a quella sul lavoro forzato.

    Qui il paradosso che avevamo descritto si è fatto ufficiale. Nella sua risposta formale, il governo brasiliano si difende citando esattamente lo strumento che lo distingue: la lista suja, il registro pubblico dei datori di lavoro sorpresi a impiegare manodopera in condizioni analoghe alla schiavitù — e ricorda di aver ratificato 66 convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, contro le 10 firmate dagli Stati Uniti. Ma la logica delle esenzioni rivela il commercio vero di questa famiglia tariffaria: chi adotta l'architettura americana di enforcement — il divieto d'importazione alla frontiera, sul modello della Sezione 307 — ottiene lo sconto; l'architettura brasiliana, che punisce i propri produttori con la trasparenza di un registro pubblico invece di bloccare le merci altrui alla dogana, non vale nulla ai fini tariffari. Un dazio che vende un metodo mentre ne punisce un altro: anche su questo fronte, la partita non è mai stata sui prodotti.

    Il mondo che Washington sta leggendo correttamente

    Liquidare il dazio come semplice protezionismo a favore di Visa e Mastercard significa non vedere ciò che il Tesoro americano vede davvero. Il segretario Scott Bessent ha descritto la nuova postura come la diplomazia economica del XXI secolo, nella quale l'accesso al dollaro e all'infrastruttura finanziaria americana non è più incondizionato. Da quel punto di osservazione, la mappa globale dei pagamenti è davvero allarmante: la Russia, tagliata fuori dai binari occidentali, gira ormai su un proprio sistema di messaggistica (SFPS) e una propria rete di carte (Mir). Il CIPS cinese, rivale transfrontaliero di Swift, ha registrato a marzo una media giornaliera record di 920 miliardi di yuan — circa 130 miliardi di dollari, il 20% in più di un anno prima — con un primato in un solo giorno di 1.200 miliardi di yuan ad aprile. L'UPI indiano opera in nove Paesi, e l'NPCI lo promuove all'estero con il vocabolario della sovranità: aiutare i Paesi a onorare i propri impegni interni e a condurre la propria agenda nazionale.

    Ognuno di questi è un metodo che si propaga. Il dazio sul Pix si capisce meglio come un tentativo di alzare il prezzo d'ingresso a quella propagazione — un segnale rivolto meno a Brasilia che a ogni capitale che stia studiando il manuale brasiliano.

    L'Europa possiede già l'hardware

    La lettura standard del capitolo europeo di questa storia è che l'Europa stia aspettando — aspettando l'euro digitale prima di poter rispondere alla domanda che Aurore Lalucq ha posto al Parlamento europeo: che cosa succede se degli Stati Uniti ostili tagliano l'accesso all'infrastruttura dei pagamenti? "Non potrete dire di non essere stati avvertiti", ha detto ai colleghi, esortando l'Europa a costruire le proprie alternative — un appello ripreso dai vertici delle banche britanniche, che discutono di un rivale domestico ai circuiti delle carte, e dalla stessa Christine Lagarde.

    Quella lettura è sbagliata, e conta che lo sia. All'Europa non manca il binario. I bonifici istantanei SEPA raggiungono 41 Paesi; per effetto del Regolamento sui pagamenti istantanei, da gennaio 2025 non possono costare più di un bonifico ordinario, e da ottobre 2025 ogni banca dell'area euro deve verificare gratuitamente il nome del beneficiario rispetto all'IBAN prima che il denaro parta. Veloce, economico, verificato: la tubatura che il Brasile ha costruito nel 2020, l'Europa l'ha in gran parte costruita anche lei.

    Ciò che all'Europa manca è tutto quello che il Pix ha stratificato sopra la tubatura — ed è qui che il confronto diventa una diagnosi. Primo, l'anagrafica: il Pix ha sostituito il numero di conto con un alias — un codice fiscale, un numero di telefono, un'email — risolto attraverso un unico registro nazionale gestito dalla banca centrale. La risposta europea all'alias esiste, ma in frammenti: Wero, il portafoglio costruito dalle banche francesi, tedesche e del Benelux dell'European Payments Initiative (che ha assorbito l'olandese iDeal), usa il numero di telefono; così Bizum in Spagna, MB Way in Portogallo, Blik in Polonia, Swish in Svezia. Cinque anagrafiche, cinque marchi, e un'interoperabilità transfrontaliera ancora in cantiere. Secondo, il mandato: il Banco Central do Brasil ha obbligato ogni istituto ad aderire a un unico schema, gratuito per le persone fisiche, dal primo giorno. Nessuna autorità europea ha imposto un unico schema alle proprie banche; il regolamento impone il binario, non la rete che ci corre sopra. Terzo, la cassa: il Pix ha spiazzato le carte nel punto vendita con un QR code. SEPA Instant, con tutta la sua velocità, resta in larga parte uno strumento da persona a persona; alla cassa europea, il duopolio americano continua a riscuotere il pedaggio.

    Gli incumbent se ne sono accorti. Il presidente di Mastercard per l'Europa si è messo a sostenere che una rete di pagamenti europea esiste già — ed è Mastercard —, corroborando la tesi con 500 milioni di euro investiti in infrastruttura europea, un centro tecnologico in Polonia previsto per il 2027 e tre data center in Francia da 250 milioni di euro, oltre a una partnership per i pagamenti in tempo reale con la cinese UnionPay. Visa e Mastercard, con margini operativi sopra il 50%, indicano ormai il trattamento "preferenziale" riservato ai sistemi di pagamento domestici come rischio d'impresa nelle proprie relazioni annuali. Quando un duopolio comincia a scrivere il tuo metodo nelle proprie informative sui rischi, il metodo sta funzionando.

    L'Italia, intanto, ha condotto in sordina l'esperimento di controllo. Satispay è la cosa più vicina a un Pix costruito da privati che esista in Europa: un alias al posto dell'IBAN, trasferimenti gratuiti da persona a persona, una rete proprietaria deliberatamente instradata fuori dai circuiti delle carte. Per un decennio, con circa mezzo miliardo di euro di capitale di rischio, ha comprato un utente alla volta ciò che il Banco Central do Brasil ha ottenuto per decreto. Il tabellone racconta la storia: 6,5 milioni di utenti e 450.000 esercenti — circa un decimo degli adulti italiani, contro il 93% dei brasiliani del Pix — ricavi di rete per 46 milioni di euro nel 2024 a fronte di una perdita netta di 47 milioni, con lungo il percorso un richiamo d'informativa dei revisori sulla continuità aziendale. E quando l'azienda ha finalmente dato un prezzo alla propria rete, nell'aprile 2025, introducendo una commissione dell'1% per gli esercenti, alcuni se ne sono semplicemente andati: parte della proposta di valore, si è scoperto, era il sussidio stesso.

    Questo luglio l'esperimento è arrivato alla sua destinazione logica. Satispay ha lanciato le carte di debito — su circuito Mastercard. Non potendo comprare l'universalità e non potendo decretarla, lo sfidante anti-carte sta ora prendendo in affitto l'accettazione proprio dal duopolio che si era proposto di aggirare, monetizzando con piani in abbonamento sul modello Revolut mentre il circuito proprietario serve la nicchia domestica. Il suo fondatore parla, senza ironia, di diventare un giorno una banca proprietaria di un circuito di pagamento. Il teorema non poteva essere dimostrato più pulitamente: senza un proprietario dello schema dotato del potere di mandato, l'universalità non è in vendita — solo in affitto, e i locatori sono due.

    Il che porta alla conclusione scomoda: nessuno dei tre strati mancanti richiede l'euro digitale, promesso per il 2029. Un'anagrafica è governance. Un mandato è regolamentazione. L'accettazione degli esercenti è disegno dello schema. Al Brasile non è servita una valuta digitale di banca centrale per costruire il Pix — è servita una banca centrale disposta a fare da proprietaria dello schema, e il decennio di Satispay dimostra che nessuna quantità di capitale privato può sostituirla. Ciò che separa il panorama europeo dei pagamenti dalla sovranità non è un ritardo tecnologico di tre anni, ma un atto di volontà istituzionale.

    Il prezzo della sovranità, detto con onestà

    La frammentazione non è gratuita, e le ragioni della cautela meritano un ascolto leale. Un rapporto sponsorizzato da Swift stima che, se gli andamenti attuali proseguono, la frammentazione finanziaria potrebbe togliere il 2,6% al PIL globale entro il 2030. Il Financial Stability Board avverte che la proliferazione dei sistemi nazionali impedirà probabilmente al G20 di centrare gli obiettivi su rimesse più economiche e veloci fissati nel 2020. E come osserva Josh Lipsky dell'Atlantic Council, un mondo di sistemi regionali incompatibili è un mondo con più frodi e un'elusione delle sanzioni più facile. I Paesi potrebbero scoprire — così concludeva l'analisi originale dell'Economist — che il prezzo della sovranità nei pagamenti è più alto di quanto immaginano; e lo stesso potrebbe valere per gli Stati Uniti.

    Ma si noti che cosa implica quell'avvertimento per questo dazio. Se il pericolo è la frammentazione, la politica americana razionale sarebbe tenere i sistemi di pagamento del mondo interoperabili con il proprio. Un dazio punitivo sul metodo di pagamento pubblico di maggior successo mai realizzato fa l'opposto: certifica che il metodo minaccia gli incumbent, alza il valore percepito dell'indipendenza e consegna a ogni ministero delle finanze un argomento da 25% per costruirsi i propri binari. Il dazio non rallenta la frammentazione che teme. La pubblicizza.

    Il metodo è già sul tavolo

    Tolto il vocabolario da guerra commerciale, resta una transazione strana. Gli Stati Uniti hanno attaccato un cartellino da 25% a un metodo — e così facendo lo hanno pubblicizzato presso ogni giurisdizione che osserva. La risposta del Brasile al dazio verrà negoziata tra Brasilia e Washington. La risposta dell'Europa, se ne vorrà una, non richiede alcun negoziato: i binari sono posati, i bonifici sono istantanei e gratuiti, le verifiche del beneficiario sono operative. Ogni componente del metodo che Washington ha appena dichiarato una minaccia è già lì, non assemblato, dentro il sistema europeo dei pagamenti. Assemblarlo non è un progetto tecnologico con una data di consegna. È una decisione.

    È questo che rende il dazio storico al di là del suo 25%. I dazi sui prodotti si assorbono, si aggirano, si aspettano. Un dazio su un metodo fa qualcosa che nessun dazio aveva mai fatto: certifica che il metodo funziona, lo nomina pubblicamente e sfida tutti gli altri ad adottarlo. Il Brasile ha costruito il Pix in meno di due anni con una banca centrale disposta a fare da proprietaria dello schema. La domanda che il dazio lascia sul tavolo non è se il metodo possa attraversare l'Atlantico — è quale sponda dell'Atlantico deciderà di volerlo per prima.

    In BMG leggiamo la politica commerciale per ciò che rivela, più che per ciò che dichiara. Questa rivela più di molte altre: l'export brasiliano più pesantemente sanzionato del 2026 non è una materia prima, e non si può trattenere in dogana. Che aspetto ha la mappa del Brasile della vostra organizzazione, quando la cosa più preziosa che attraversa il confine è un metodo?

    Aggiornamento — 1° agosto 2026

    Il metodo che nessuno finanzia. La settimana si è chiusa con il paradosso più rivelatore dell'intera vicenda, documentato dalla Folha: i tagli al bilancio del Banco Central minacciano sicurezza e innovazione del Pix. Il budget discrezionale dell'autorità è fermo a R$444 milioni — sotto la soglia dei R$500 milioni, ammettono i tecnici, il rischio di guasti "cresce significativamente" — dopo un taglio di R$92 milioni a giugno che ha messo a rischio il rinnovo dei contratti tecnologici che sostengono il sistema; lo sblocco d'emergenza di R$45 milioni ne lascia mancare 75 per evitare il congelamento degli investimenti. Parliamo dell'infrastruttura che muove R$3 trilioni al mese: il suo intero bilancio annuale vale meno dei tre data center che Mastercard sta costruendo in Francia. La serie storica completa il quadro: la spesa dell'autorità, corretta per l'inflazione, è scesa da R$543 milioni nel 2015 al minimo di R$346 nel 2024 — il Pix è stato costruito, lanciato e portato a decine di miliardi di transazioni negli anni più magri del decennio, e il tetto 2026 resta sotto il livello di undici anni fa. Nel 2024 gli investimenti previsti sul sistema sono già stati rinviati; l'ampliamento del data center pianificato per il 2026 arriva con le macchine al limite di capacità; e l'attacco del giugno 2025 alla C&M Software — circa R$1 miliardo sottratto attraverso un fornitore connesso all'infrastruttura, mai violato il cuore del sistema — ricorda cosa c'è in gioco, come lo ricorda il precedente che i tecnici brasiliani evocano apertamente: la crisi energetica del 2001, figlia di anni di investimenti mancati. Persino il Fondo Monetario, nel rapporto del 23 luglio, elogia il Pix per l'inclusione finanziaria e nella stessa pagina raccomanda di rafforzarne la supervisione contro attacchi e frodi. Il governo assicura che le risorse non mancheranno, indicando lo sblocco generale da R$5,7 miliardi e la legge di bilancio 2027; ma promettere di finanziare domani ciò che processa R$3 trilioni oggi è, esattamente, il punto. La lezione, per Brasilia come per Bruxelles, è la stessa: Washington prezza il metodo al 37,5%; chi lo possiede deve prezzarlo nel proprio bilancio. Uno scheme owner non è solo un atto di volontà istituzionale — è una voce di spesa permanente, e una sovranità non finanziata è una sovranità in prestito.

    Tutto, tranne il metodo. Le cronache delle trattative confermano intanto dove passa la linea. Nei quattro incontri tra il ministro Elias Rosa e il rappresentante Greer, Brasilia ha messo sul tavolo concessioni su ogni asse dell'indagine — fino alla riduzione delle proprie tariffe su circa trecento tipologie di scambi, estesa a più Paesi per restare nei binari OMC — con una sola esclusione, dichiarata non negoziabile: il Pix, "patrimonio del nostro popolo" secondo la nota ufficiale del governo. Un negoziato che offre tutto tranne il metodo è la definizione operativa della tesi di questa analisi. E un secondo premio Nobel si è intanto aggiunto al registro: per Joseph Stiglitz, intervistato dalla BBC News Brasil, le giustificazioni della tariffa sono una "farsa disonesta" e la molla vera è l'insofferenza verso la difesa brasiliana di democrazia, sovranità digitale e sistemi di pagamento indipendenti — con l'avvertenza che la strategia rischia di indebolire gli Stati Uniti e rafforzare l'influenza della Cina nell'economia globale.

    La scala, aggiornata. I numeri consolidati del 2025 alzano ulteriormente la posta: quasi 80 miliardi di transazioni nell'anno, con il record di 313 milioni in un solo giorno il 5 dicembre; da settembre 2025 i pagamenti verso le imprese superano quelli tra persone, e nell'e-commerce il Pix ha sorpassato le carte di credito (42% contro 41%) — la cassa che in Europa resta al duopolio, in Brasile è già caduta. Sul fronte frodi, l'obiezione registrata più sopra ha ora una risposta operativa: il nuovo meccanismo di devoluzione del Banco Central traccia algoritmicamente i fondi sottratti lungo intere catene di conti-prestanome e ne orchestra il recupero. Un dettaglio per il lettore europeo: il prototipo del Progetto Nexus è già stato testato in connessione con l'Eurosistema — l'Europa, al tavolo tecnico, c'è già stata. E mentre la diplomazia rallenta verso le elezioni di ottobre, la diversificazione accelera: l'Apex prepara per agosto un piano da R$130 milioni per spingere l'export verso Unione Europea, Sud-Est asiatico e Asia centrale. Il corridoio, appunto.

    Fonti

    rapporto USTR Sezione 301 e avvisi del Federal Register; Banco Central do Brasil; BIS Innovation Hub (Progetto Nexus); The Economist (via O Estado de S. Paulo); Folha de S.Paulo (tra cui Adriana Fernandes, 27 luglio 2026); O Tempo; Poder360; Bloomberg Línea (intervista a Monica de Bolle, 22 lug 2026); CNN Brasil; Agência Brasil; FMI (rapporto del 23 luglio 2026); BBC News Brasil (intervista a Joseph Stiglitz, Julia Braun); note del Planalto/Secom del 1° e 23 luglio 2026; comunicazioni societarie Satispay e bilancio 2024 come riportati da Milano Finanza e Sky TG24.

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